Un distinto anziano signore con baffi, esile e diritto come una spada, vi guarda con espressione mite. È il professor Jigoro Kano, creatore del judo. Il suo ritratto è appeso in tutte le palestre in cui si pratica quest'arte. E non va affatto d'accordo con l'immagine che comunemente si ha del judo. Questa terribile lotta giapponese, per chi non la conosce, sembra consistere essenzialmente in uno spietato esercizio della violenza, nella mossa segreta e micidiale, nell'urlo di combattimento, nella proiezione fulminea, nel tonfo sinistro dei corpi che si schiantano sulla materassina. E non si capisce che cosa c'entrino quegli occhi sereni e placidi del professor Kano che, dall'alto, contemplano i contendenti.
Per capirlo bisogna entrare nello spirito del judo.
Il quale non è violenza, ma controllo della violenza; non è aggressione, ma partecipazione; non è conflitto, ma amicizia. Come risulta dal nome: "via della cedevolezza e della gentilezza". La dolce Via. Diceva lo stesso Jigoro Kano che il judo è la costante ricerca del "migliore impiego dell'energia”; e non solo di quella fisica, in un clima di "amicizia e mutua prosperità". In altre parole, il vero judoka cerca di agire sempre meglio, quindi di vivere sempre meglio, per il bene suo e degli altri.
Egli tende continuamente verso un più equilibrato controllo dei suoi impulsi, della sua mente e dei suoi gesti; si studia di progredire insieme agli altri, in uno stretto rapporto di collaborazione; è animato da spirito di benevolenza e di generosità. L’egoista, l'arrogante, il sopraffattore, l'insensibile, non può fare un buon judo.
Buona educazione, fiducia nel maestro e amore per l'arte: sono le tre qualità che si devono coltivare dentro di sé per praticare il judo. II che vuol dire rispetto per gli altri, umiltà e dedizione. In breve, civiltà.
Perché il judo è proprio questo: una scuola di civiltà.
(Marcello Bernardi)

Tra gli anni '70 ed '80 nei cinema italiani andavano molto forte film orientali a sfondo pseudo-marziale ed aumentava giorno dopo giorno la popolarità di un personaggio destinato ad essere ricordato nel tempo: il suo nome era Bruce Lee.
I suoi films ebbero una presa notevole sui giovani ed un'importanza fondamentale, a mio parere, nella diffusione delle discipline orientali fino ad allora sconosciute ai più. Ci fu infatti un boom di iscrizioni nelle palestre di arti marziali ed il Judo ed il Karate, tanto per citare le più diffuse, conobbero un periodo di crescente notorietà. Io stesso, con altri amici, ho fatto parte di quella schiera di ragazzi che ingrossarono le fila dei "marzialisti".
Così nel 1974, una palestra vicino a casa mi diede l'occasione di conoscere il Judo e sotto la guida del M° Alfredo Vismara ed in seguito del M° Cesare Barioli, iniziai la pratica al BU-SEN di Milano. Avevo 12 anni; fu l'inizio di un fantastico periodo, importantissimo per la mia formazione, non solo judoistica.
Nell'ex teatro dismesso di Via Arese, nel cuore del quartiere Isola a Milano, non si praticavano solo Arti Marziali. In quegli anni, grazie al Maestro Barioli, arrivarono in Italia diversi personaggi tra cui spiccano i nomi di Taisen Deshimaru che porterà lo Zen nel nostro paese, Yugi Yahiro con lo Shiatsu che troverà nel compianto Mario Vatrini, già esperto judoka, un interprete d'eccezione.
Quindi BU-SEN (abbreviazione di Budo-senmon-gakko, scuola delle virtù guerrriere) non solo inteso come Dojo in cui praticare, ma anche fucina di grandi personaggi e luogo d'incontro culturale. Al di là dei duri allenamenti e delle sudate sul tatami, si praticava un Judo etico, secondo il pensiero e la filosofia del Sig. Kenshiro Abbe, Maestro di Cesare.
Questo è il contesto in cui iniziai la pratica.
Nel frattempo partecipo a qualche gara; abbandonato l'agonismo puro, mi dedico per diversi anni all'insegnamento ai ragazzi ed ai bimbi della prima fascia scolare.
Oggi, seppur con qualche difficoltà legata principalmente agli orari di lavoro, cerco appena possibile di indossare il judogi e salire sul tatami.
Anche se sono passati tanti anni da quel lontano 1974, provo ogni volta la stessa emozione di quando varcai per la prima volta l'ingresso al Dojo...